NOME DI DONNA

NOME DI DONNA

marzo 12, 2018 0 Di

NOME DI DONNA

Nina Martini è una giovane donna che cerca lavoro e fortuna in Brianza, dove si trasferisce con la sua bambina. In prova presso una residenza per anziani, il suo zelo le vale un’assunzione e una vita finalmente più serena. Ma la quiete ritrovata è interrotta dalle avance (sessuali) e l’abuso di potere del direttore della struttura. Decisa a denunciarlo, Nina deve fare i conti con l’omertà delle colleghe e la prepotenza di un sistema amministrativo conservatore e dispotico. Con l’aiuto del suo compagno e di un avvocato agguerrito, Nina avrà giustizia. Per sé, per sua figlia e per tutte le donne a venire.Sorella ideale del ragazzo di Cinisi (I cento passi) e dei fratelli Carati (La meglio gioventù), tocca a Nina questa volta sottrarsi alle regole del gioco, rompendo un ‘contratto sociale’ basato sulla connivenza, il silenzio e l’omertà. Nina denuncia l’orco dentro un film girato nell’urgenza e nella necessità di raccontare i nodi irrisolti e le contraddizioni laceranti della realtà sociale contemporanea.

Dopo il caso Weinstein, che ha rimesso violentemente in discussione i privilegi, la dominazione e i crimini sessisti, (anche) il cinema italiano prende la parola e si interroga provando a smontare il meccanismo del patriarcato. Marco Tullio Giordana racconta una storia emblematica, il rovesciamento di un ordine antico drammatizzato a blocchi e sbalzi, interrotto da punti esclamativi visivi, qualche ‘spiegone’ di troppo e lampi di passato che scompaginano la logica narrativa, fiaccando l’indignazione e la tensione morale. Al di là dei contenuti (nobili), le intenzioni (lodevoli) e i risultati (illustrativi), il cinema dell’autore respira ancora l’aria di impegno civile e l’orgoglio di chi si sente e si vuole diverso dalla cultura diffusa e condivisa. Come Nina che non tollera la tentazione di giustificare (don Roberto Ferrari) o di accettare (Alina e colleghe) l’abuso per il semplice fatto che esiste.Coerente coi personaggi rappresentati da Marco Tullio Giordana, la sua eroina (stra)ordinaria è fedele a una scelta etica di fondo che la porta a fare dell’onestà, soprattutto con se stessa, un imperativo categorico irrinunciabile. Se La meglio gioventù è un fluviale come eravamoNome di donna è un sincopato come siamo nell’epoca di un rinnovato impegno femminista. Un impegno che per l’autore e la sua protagonista passa per una presa di coscienza comune, per la capacità di sostituire al gioco della competizione un’immagine di adesione, di solidarietà, di uguaglianza.

Interpretato con misura da Cristiana Capotondi e scritto con (troppa) enfasi da Cristiana Mainardi, il film, quasi un legal drama, soffre il didascalismo e fatica a trovare le parole giuste. A svolgere un’operazione formale sul linguaggio per costringerlo a dire altro rispetto all’ovvietà della significazione quotidiana, per creare un mondo e renderlo plausibile, facendoci sentire l’assoluta e umanissima banalità del male.